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La cultura dei sordi
"La lingua, mi sono resa conto, è una tessera che attesta l'appartenenza
a una determinata tribù."(16) La dichiarazione
è di Susan Schaller, un'insegnante e interprete della lingua americana
dei segni.
L'ASL (American Sign Language) è il linguaggio adoperato dai sordi negli
Stati Uniti, la tessera di appartenenza alla loro cultura. La Schaller
impiegò un certo tempo per capire il concetto di identità di gruppo, l'aspetto
di "noi" rispetto a "Ioro", della cultura dei sordi.
Per chi si identifica con la cultura dei sordi, è cosa estranea e ridicola
desiderare di sentire. Quando ho incontrato per la prima volta dei sordi,
non lo potevo capire. La mia ignoranza della loro cultura mi impediva
di comprendere quasi tutte le facezie espresse a segni. La traduzione
dall'ASL all'inglese non mi era di aiuto, perché continuavo a pensare
ai sordi come a persone che non sentono; invece il nocciolo delle loro
barzellette si riferiva sempre a differenze di carattere culturale. Alla
fine ho cominciato a capire quando uno di loro ha raccontato una barzelletta
a proposito del matrimonio misto fra una donna udente e un uomo sordo.(17)
Non c'è nulla di straordinario in questo atteggiamento: è caratteristico
di tutti i gruppi di minoranze, anzi, di tutti i gruppi quando l'identità
di gruppo è saliente. Quello che rende unica la cultura dei sordi è il
fatto che non può essere trasmessa dai genitori ai figli. La maggior
parte dei bambini sordi sono nati da genitori udenti che non sanno nulla
del mondo dei sordi. E i figli nati da genitori sordi sono in grande maggioranza
in grado di udire e diventano membri del mondo degli studenti.
Eppure i sordi hanno una cultura vivace, altrettanto valida di quella
degli udenti, ma per molti aspetti diversa. Hanno norme di comportamento,
convinzioni e atteggiamenti loro propri.(18)
I bambini completamente sordi di genitori udenti acquisiscono i propri
comportamenti e le proprie convinzioni nello stesso luogo dove imparano
la lingua: nelle scuole per bambini sordi. Dove altro potrebbero trovarle?
Non in casa, dal momento che c'era in generale, almeno in passato, scarsa
comunicazione fra i bambini sordi e le loro famiglie. Quel poco di comunicazione
che sussisteva si basava su gesti grossolani, di tipo pantomimico, chiamati
"segni familiari". Questi segni hanno scarsa somiglianza con il linguaggio
astratto, corrente, grammaticalmente complesso, denominato ASL.
I ricercatori che studiano i bambini udenti bilingui e notano che la lingua
di famiglia viene a un certo momento abbandonata a favore di quella usata
"là fuori", spesso ne danno la colpa al diverso prestigio delle due lingue.
Dicono, per esempio, che la ragione per la quale negli Stati Uniti i bambini
di origine spagnola, a un certo momento, smettono di parlare lo spagnolo
è che questa lingua non gode di prestigio, non è apprezzata da quelli
"là fuori". "In tali circostanze" sostiene uno dei ricercatori "la lingua
del gruppo di maggior prestigio dal punto di vista economico e culturale
tende a sostituirsi alla lingua della minoranza."(19)
In questo paese per molti anni, degli educatori male indirizzati appartenenti
alla cultura degli udenti hanno fatto l'impossibile per fornire ai bambini
sordi una lingua di elevato prestigio economico e culturale: l'inglese
parlato. Eppure questi sciocchini non erano riconoscenti; continuavano
a servirsi della lingua dei segni, malgrado che, in certi istituti, venissero
puniti per questo motivo. Lì la usavano di nascosto, nei dormitori e sul
campo da gioco.(20) Malgrado gli sforzi dei maestri
d'insegnar loro a parlare a voce alta e a leggere i movimenti delle labbra,
la lingua dei segni divenne la loro lingua naturale, quella dei pensieri
e dei sogni. Era la lingua usata da adulti per comunicare con gli amici
nella comunità dei sordi, quella usata dalla maggior parte di loro per
comunicare con i figli udenti.
Come hanno imparato la lingua dei segni se i loro maestri non volevano
insegnargliela? Nella maggior parte dei casi, l'hanno imparata dai pochi
bambini sordi che venivano da famiglie di sordi. Fra i sordi, questi bambini
godono di una posizione importante, perché il fatto di aver appreso da
piccoli quel linguaggio dà loro un vantaggio che non perdono più. Nella
comunità dei sordi sono le persone eloquenti, i comunicatori più abili.
Malgrado rappresentino una piccola minoranza, di solito circa il 10 per
cento di quelli che frequentano una scuola per sordi, il linguaggio che
portano con sé a scuola gode di maggior prestigio fra i compagni di classe
della lingua di quelli "là fuori", quella lingua che i loro maestri cercano
con tanto accanimento di insegnargli.
Anche quando in un istituto non vi sono bambini che conoscono già la lingua
dei segni, i bambini la imparano ugualmente. Susan Schaller narra un aneddoto
a proposito di una scuola per sordi nell'isola di Giamaica. Segni e gesti
erano proibiti nella scuola, eppure i bambini avevano ugualmente imparato
la lingua dei segni. Come sono riusciti a impararla, aveva chiesto Susan
Schaller a un collega che aveva visitato la scuola e intervistato alcuni
di coloro che vi si erano diplomati?
"Dall'addetta alla lavanderia" aveva risposto. Generazioni di studenti
erano passati da quella scuola, e alcuni di essi vi avevano lavorato come
domestici, cuochi e aiutanti. Di generazione in generazione, i bambini
avevano imparato i segni e la grammatica da questi adulti che si esprimevano
per segni, aggiungendovi il proprio vocabolario e il proprio idioma. Per
il gruppo ch`egli aveva incontrato, l'addetta alla lavanderia rappresentava
la principale insegnante della lingua dei segni.(21)
"La lingua del gruppo di maggior prestigio economico e culturale tende
a sostituire la lingua della minoranza" asseriscono i ricercatori. Ma
per i bambini della scuola in Giamaica, era la lingua dell'addetta alla
lavanderia. Non la imparavano per poter comunicare con lei, la imparavano
per poter comunicare tra di loro. E' vero, la lingua dei segni riusciva
molto più facile di quel lavoro faticoso di leggere i movimenti delle
labbra e cercare di riprodurre dei suoni che non udivano. Ma se avessero
veramente voluto comportarsi come la maggior parte degli adulti della
loro comunità, avrebbero evitato i segni e si sarebbero sforzati dimparare
l'inglese parlato.
In alcuni luoghi non vi è nessuno, neppure un'addetta alla lavanderia,
in grado di insegnare i segni ai bambini sordi. Vi sono luoghi dove, fino
a poco tempo fa, non esisteva la lingua dei segni, perché non vi erano
scuole per bambini sordi. Questi restavano isolati nelle loro famiglie,
incapaci di comunicare con chicchessia se non in modo estremamente rudimentale.
Gli altri bambini non erano disposti a giocare con loro. Alcuni finivano
in istituti per ritardati mentali.(22)
Quando dei bambini che non hanno una lingua comune si ritrovano insieme
per la prima volta, succede qualcosa che ha del miracoloso.(23)
La psicolinguista Ann Senghas e le sue colleghe stanno studiando la nascita
di una lingua nello stato del Nicaragua nell'America Centrale, dove l'istruzione
dei bambini sordi risale soltanto ai primi anni Ottanta. Ecco, secondo
il suo racconto, come sarebbero andate le cose:
Le prime scuole pubbliche specializzate vennero istituite in Nicaragua
soltanto sedici anni fa. Queste scuole patrocinavano un approccio orale
all'istruzione dei sordi: ossia, si concentravano sull'insegnamento dello
spagnolo parlato e sulla lettura dei movimenti delle labbra. Cionondimeno,
la costituzione di queste scuole portò direttamente al formarsi di un
nuovo linguaggio per segni. Bambini che in precedenza non avevano avuto
nessun contatto tra di loro vennero riuniti in una comunità, e immediatamente
cominciarono a farsi dei segni. I primi bambini arrivati nella scuola
avevano dai quattro ai quattordici anni. Vi erano entrati tutti con mezzi
diversi di comunicazione di cui si erano serviti nell'ambito delle proprie
famiglie. Alcuni avevano una notevole capacità di mimica e di gestualità,
altri avevano dei sistemi di segni domestici un poco più elaborati, ma
nessuno era entrato con una lingua dei segni già sviluppata. I bambini
elaborarono rapidamente un'interlingua fra di loro, una specie di linguaggio
corrotto dei segni, che non era una vera e propria lingua, ma aveva molti
segni convenzionali comuni, ed era in grado di rispondere abbastanza bene
ai loro bisogni di comunicazione. Da allora, i bambini si sono creati
una lingua dei segni indigena. Non si tratta di un semplice sistema di
codici o di gesti; si è già evoluta in una lingua naturale completa. E'
indipendente dallo spagnolo, la lingua parlata in quella regione, e non
ha connessioni con la lingua americana dei segni (l'ASL), la più diffusa
nell'America Settentrionale.(24)
Qualcosa di simile avvenne molti anni fa nelle Hawaii, ma si trattava
di una lingua parlata e non di una lingua dei segni, e nessuno psicolinguista
ebbe la fortuna di essere presente mentre si veniva formando. Derek Bickerton,
uno psicolinguista che ha studiato la creazione di questa lingua da parte
dei bambini delle Hawaii,(25) è stato costretto
a ricostruirne la storia in base alla documentazione raccolta molti anni
dopo il fatto, quando coloro che avevano creato la lingua erano ormai
anziani.
Erano figli di persone giunte nelle Hawaii alla fine dell'Ottocento per
lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. La generazione di immigrati
proveniva da molti paesi diversi, compresi Cina, Giappone, Filippine,
Portogallo, e Porto Rico. Non avevano una lingua comune.*
Nel racconto biblico della Torre di Babele,(26)
gli operai gettarono i loro arnesi e abbandonarono il lavoro perché parlavano
ciascuno una lingua diversa e non si potevano capire. Ma le persone che
hanno la necessità di comunicare fra loro trovano il modo di farlo. Ciò
che si verifica in queste circostanze - ciò che si verificò nelle Hawaii
- è la nascita di una lingua corrotta, creata in un lasso di tempo relativamente
breve dai suoi diversi utenti. Si tratta di lingue di ripiego che mancano
di preposizioni, di articoli, di forme verbali e di un complesso di parole
definito. Ogni individuo parla la lingua in modo un poco diverso: si riesce
a captare la lingua nativa di ognuno che traspare attraverso il vocabolario
assai limitato che tutti hanno in comune.
Gli appartenenti a quella generazione di immigrati nelle Hawaii parlavano
una lingua di questo tipo oppure le lingue che si erano portati nell'isola.
Ma i loro figli parlavano una lingua diversa, quella che i linguisti chiamano
creolo. Questa, pur derivando da una lingua semplificata, è una vera e
propria lingua, con un complesso di parole definito e tutti gli altri
elementi che mancano alla lingua precedente e, a differenza di questa,
è anche in grado di esprimere concetti astratti complessi.
I bambini che parlavano il creolo non avevano imparato la loro lingua
in famiglia. Non l'avevano imparata dai genitori, che non erano capaci
di parlarla. Secondo Bickerton, erano stati i bambini stessi a crearla.
Era riuscito a fame risalire lo sviluppo al ventennio tra il 1900 e il
1920, intervistando (negli anni Settanta) degli uomini, ormai già anziani,
nati in quel periodo. Coloro che erano immigrati nelle Hawaii da adulti
parlavano ancora la lingua mista; coloro invece che erano cresciuti nell'isola
parlavano il creolo. Si trattava di una lingua che fino al 1905 non esisteva.
I bambini che l'avevano creata la mantennero all'età adulta. "Avevano"
secondo Bickerton "adottato la lingua comune dei loro compagni malgrado
i notevoli sforzi fatti dai genitori per mantenere la lingua degli avi."(27)
Derek Bickerton ne ha studiato solo la lingua, ma i figli degli immigrati
nelle Hawaii devono aver creato anche una cultura comune. In Nicaragua,
Richard Senghas (il fratello della psicolinguista Ann Senghas) sta studiando
lo sviluppo di una cultura dei sordi tra i membri della prima generazione
di nicaraguensi che parlano la lingua dei segni.(28)
Costoro sono ora in grado di comunicare tra loro; mantengono i contatti
dopo aver lasciato la scuola e vi è un crescente senso d'identità di gruppo.
Sebbene la loro cultura derivi da quella dei nicaraguensi udenti, cominciano
ad apparire degli effetti di contrasto. I nicaraguensi sordi si vantano
della propria puntualità, mentre gli altri (come la maggioranza degli
abitanti dell'America Centrale e Meridionale) hanno un atteggiamento piuttosto
approssimativo in fatto di orari. E' esattamente l'opposto di quanto avviene
negli Stati Uniti, dove gli udenti sono in genere puntuali, mentre i non
udenti, in quanto a puntualità, hanno un atteggiamento più elastico.
All'inizio del primo capitolo, ho detto che vi sono quattro vie, oltre
all'ereditarietà, per la trasmissione da una generazione all'altra dei
comportamenti culturali. A questo punto, ho eliminato tre di queste alternative.
Le culture non vengono trasmesse dai genitori ai figli; i figli di genitori
immigrati adottano la cultura dei compagni. Questo elimina le prime due
alternative: i metodi seguiti dai genitori nell'allevare i figli e l'imitazione
dei genitori da parte dei figli. La terza alternativa era l'imitazione
da parte dei bambini degli adulti della loro società, ma questa spiegazione
non funziona in quei casi in cui la cultura dei bambini è diversa da quella
degli adulti. Concludo quindi - questo è uno dei principi della teoria
della socializzazione di gruppo - che la cultura si trasmette attraverso
il gruppo di compagni dei bambini.
La mia teoria unifica tre aree distinte di specializzazione della ricerca
accademica: socializzazione, sviluppo della personalità, e trasmissione
della cultura. Tutti questi processi avvengono nello stesso modo e nello
stesso ambiente: attraverso il gruppo dei compagni. Il mondo che il bambino
condivide con loro è quello che modella il suo comportamento e modifica
le sue caratteristiche innate, e quindi determina che tipo di individuo
sarà in età adulta.
in Judith Rich Harrris (1999), Non è colpa dei genitori,
Milano, Mondadori.
* Si trattava probabilmente di un fatto intenzionale.
Lavoratori a contratto costretti a dedicare molte ore a un lavoro pesante
avrebbero potuto unirsi e organizzare uno sciopero se fossero stati in
grado di scambiarsi le proprie opinioni.
Note
(16) Schaller, 1991, p. 90.
(17) Schaller, 1991, p. 90.
(18) Padden e Humphries, 1988. Per una visione negativa, vedere Bertling,
1994.
(19) Umbel, Pearson, Fernàndez, Oller, 1992, p. 63.
(20) Vedere, per esempio, Sidransky, 1990, p. 63
(21) Schaller, 1991, p. 101
(22) Sacks, 1989.
(23) Pinker, 1994, p. 195. I bambini sordi del Nicaragua: A. Senghas,
1995; Kegl, Senghas, Coppola, in corso di pubblicazione.
(24) A. Senghas, 1995, pp. 502-503.
(25) Bickerton, 1983.
(26) Genesi 11, 1-9.
(27) Bickerton, 1983, p. 119.
(28) R. Senghas e Kegl, 1994.
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