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Quale Qualità dell'integrazione scolastica: dimensioni
e indicatori
Andrea Canevaro e Dario Ianes
L'integrazione scolastica degli alunni disabili: a qualcuno potrebbe sembrare
strano, ma è forse il tema di vita scolastica che, ancora oggi, attira
e movimenta di più il mondo degli insegnanti, al di là dei dibattiti sulle
riforme e controriforme. Corsi, convegni, riviste, libri. Ancora oggi,
dopo quasi trenta anni di lotte, sperimentazioni, successi, frustrazioni,
cambi generazionali di insegnanti…come è possibile? Crediamo che la continua
e incessante ricerca di Qualità dell'integrazione sia in realtà, per gli
insegnanti, la ricerca di una Qualità del fare scuola quotidiano per tutti
gli alunni, e che ci sia (per fortuna) una continua e caparbia affermazione
del fatto che la Qualità dell'integrazione dia un senso profondo, inclusivo,
alla Qualità della Scuola, a quella Scuola italiana che in questi trenta
anni si è costruita un DNA inclusivo (la scuola pubblica e dell'obbligo),
che ha sviluppato, per gran parte, il carattere democratico di una Scuola
che avrebbe diminuito le disuguaglianze, che avrebbe alfabetizzato, che
avrebbe liberato… E che liberò effettivamente i bambini disabili dalle
istituzioni speciali e li accolse nella propria normalità. Allora erano
da poco passati gli anni 60, c'erano Don Milani, Mario Lodi, Bruno Ciari,
Sergio Neri, le battagliere maestre del MCE e tanti altri convinti del
valore democratico della Scuola.
Il bambino disabile, diventato alunno tra gli altri alunni, fu il chiodo
sporgente che non venne ribattuto, ma che strappò i pantaloni delle false
certezze didattiche, della rigidità del nozionismo, delle astruserie e
della selezione. Quei chiodi furono le riforme più incisive della nostra
scuola. Vi è stato un avvio dell'integrazione scolastica negli anni che
concludono il decennio 1960-1970, che è dovuta ad una volontà di integrazione
in tutta la vita del paese e in tutti i settori della vita sociale. Questa
situazione si è creata in termini caratterizzati da una grande iniziativa
fatta di piccole iniziative, ciascuna delle quali agiva con presupposti
comuni alle altre ma ignorando - in gran parte dei casi - le altre. Questo
ha voluto dire una grande attività, molto polverizzata, caratterizzata
dalle figure locali che prendevano in mano la situazione e che potevano
avere ruoli molto diversi. Potevano essere associazioni locali ma anche
un assessore di un Comune, oppure un parroco.
Vi erano iniziative che riguardavano il superamento delle istituzioni
segreganti, dei grandi istituti e il superamento della proliferazione
delle scuole speciali e delle classi differenziali. Questo tentativo che
nacque coralmente - senza sapere di essere tale - ha portato una valorizzazione
delle realtà e dei contesti locali. Era inevitabile che ci fosse poi la
necessità di dare unità, e quindi coscienza unitaria, a tutto questo vasto
movimento, creando una strutturazione anche legislativa - ma non solo
legislativa - e un'impronta culturale per tutto il paese.
Ora, c'è da domandarsi se questo percorso ha portato realmente ad un quadro
unitario, capace di valorizzare in modo coerente le realtà locali; o se
l'aspetto che abbiamo denominato 'quadro unitario' è rimasto tutto sommato
molto debole e le realtà locali si trovano a gestirsi in assenza di un
riferimento strutturante, strutturato, unitario. La domanda è quindi:
"E' riuscito a pieno questo percorso di valorizzazione delle realtà locali
in un quadro strutturato unitario oppure è riuscito solo parzialmente?".
La ricerca permette di capire quanto sia importante nel governo locale,
nel sistema dei governi locali, il ruolo della Provincia e se è possibile
intravedere una strutturazione che potremmo ipotizzare su vari modelli.
Vi potrebbe essere il modello delle bambole russe, in cui un contenitore
unitario nazionale - e forse adesso dovremmo richiederlo europeo - contiene,
come è giusto che sia per un contenitore, momenti più specifici però ben
contenuti.
Potrebbe esserci il modello della cordata, in cui vi è un capocordata
che potrebbe rappresentare l'elemento unitario nazionale e poi vi sono
successivi elementi della cordata che sono uno legato all'altro e non
possono che procedere se non nell'ordine in cui la cordata si è composta.
Un diverso modo di procedere potrebbe creare non pochi pericoli. Vi può
essere il modello delle unità operative autonome, ciascuna delle quali
prende e interpreta la prospettiva integrativa con la propria autonomia.
Vi potrebbe essere il modello dell'evangelico seme gettato nei vari terreni,
ed è quello che sembra potrebbe essere accaduto, essendo l'integrazione
un seme che ha avuto, a seconda di dove è stato accolto, una possibilità
di produrre ottimi frutti o di essere lasciato seccare e marcire, con
tutti gli stati intermedi che possono esservi.
Vi può essere infine il modello della garanzia minima, ovvero la possibilità
di stabilire un minimo di integrazione garantito, e poi a ciascuno è data
la possibilità di realizzare, in un ambito locale, ulteriori sviluppi
a partire dal garantito a livello centrale, unitario.
Abbiamo, quindi, questi cinque possibili modelli. Quale è quello che percepiamo
come più reale? Forse non abbiamo un modello che stiamo vivendo ma abbiamo
cinque possibilità di percepire quello che stiamo vivendo. Però la domanda
successiva a questa considerazione potrebbe essere quanto il fatto di
percepire un certo modello o un altro influenzi poi la costruzione della
prospettiva integrativa.
Sono domande che trovano in questa ricerca motivi di riflessione.
Oggi dobbiamo stare molto attenti e vigilare, perché il clima culturale
e politico non è più quello che diede l'avvio all'integrazione. Oggi alla
Scuola, e più in generale all'Educazione, si crede sempre meno, ci credono
sempre meno i cittadini, ci credono meno i politici (che ci hanno creduto
sempre un po' pochino). Oggi il valore solidale e ugualitario della Scuola
viene messo in discussione, così come il carattere pubblico dell'Istituzione
Scuola. Oggi si parla sempre più di Istruzione e non di Educazione. Oggi,
in nome della libertà, si "personalizza" a favore di chi è più forte,
in un policentrismo formativo talvolta caotico e disorientante. Oggi,
spesso, gli insegnanti vengono delegittimati, ridicolizzati come ignoranti
e fannulloni. Oggi gli insegnanti fanno più fatica, le classi sono più
numerose, i bisogni educativi aumentano, sia normali che speciali, le
Scienze dell'Educazione non hanno miracolosamente risolto i problemi professionali
dei docenti, la complessità aumenta. Eppure sembra quasi che, in questo
scenario di difficoltà, l'integrazione scolastica degli alunni disabili
sia l'unico catalizzatore di sforzi di cambiamento, di tentativi di rendere
più significativa la didattica, il lavoro scolastico, l'emozione della
relazione e dell'apprendimento. La diversità ancora oggi è il fulcro di
un movimento evolutivo verso la Qualità; certo difficoltoso, problematico,
sofferto, ma reale, quotidiano, che riceve conferma negli sguardi e nei
volti degli alunni. Oggi l'integrazione è un potente generatore di senso
professionale, e non solo per gli insegnanti di sostegno. L'alunno disabile
ci interroga continuamente, ogni giorno ci chiede qualità, e, per fortuna,
la gran parte degli insegnanti risponde positivamente a questa domanda.
Oggi dobbiamo attentamente studiare l'evolversi dell'integrazione, con
lo strabismo tipico dell'insegnante, che deve guardare sempre da più parti.
Un occhio alla tutela dei diritti degli alunni disabili, faticosamente
conquistati, che non devono perdersi nella strada delle riforme e controriforme.
E si possono indebolire anche non nutrendoli, non parlandone, dandoli
per scontati, non affermandoli, facendoli morire d'inedia. L'altro occhio
deve guardare alla Qualità dei processi di integrazione, puntando con
chiarezza ad alcuni obiettivi che diventano fattori costitutivi di Qualità.
Proveremo a definirne cinque.
1. Raccogliere e valorizzare i frutti dell'integrazione.
Si diceva (e si dice ancora!) che le diversità nella scuola sono una risorsa,
ma questo essere risorsa, essere un vantaggio e un beneficio, va costruito,
lo si deve cercare e non dare per scontato o invocare ideologicamente
o emotivamente. Si deve capire bene che tipo di vantaggio è e per chi.
Chi beneficia realmente del fatto che l'integrazione ci fa capire meglio
la differenza tra insegnamento e apprendimento e tra istruzione e educazione?
Chi beneficia del fatto che con l'integrazione abbiamo capito meglio le
varie differenze individuali? Chi si avvantaggia di quello che abbiamo
scoperto sulla pluralità dei linguaggi, sul significato del corpo, sulle
varie modalità di comunicazione, pensiero e apprendimento? Chi trae vantaggio
dal fatto che siamo più capaci di osservare con finezza, con uno sguardo
più sottile, per usare un'espressione di Sergio Neri, che tentiamo di
comprendere una realtà umana riconoscendone la sua più intricata complessità?
Chi gode i frutti della nostra più alta capacità di semplificare un concetto
o un testo, di arricchirlo, di motivare, di usare gli errori come opportunità
di apprendere, di esplorare i limiti e riconoscere i deficit? Chi avrà
qualcosa di più perché ha appreso assieme ad un compagno che ha di meno?
Chi sarà contento di apprendere con insegnanti e compagni che sanno attendere
e che perdono tempo per guadagnarne? L'integrazione non è un peso, da
portare più o meno ideologicamente contenti, è invece un vantaggio competitivo
per la qualità della scuola: sta a tutti noi dimostrarlo e documentarlo.
2. Trasformare l'integrazione in inclusione.
L'integrazione riguarda soltanto gli alunni disabili, l'inclusione risponde
invece in maniera adeguata, individualizzata, ai vari e diversissimi Bisogni
Educativi Speciali mostrati da tanti alunni, anche non certificati come
disabili. In una classe di Scuola Media, niente affatto atipica, ci sono
12 alunni con vari Bisogni Educativi Speciali su 23! Per molti insegnanti
questo non sembrerà affatto strano. Includere vuol dire attivare varie
forme di individualizzazione in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni
dell'alunno con disturbi specifici dell'apprendimento, ritardo mentale,
disturbi emozionali, del comportamento, differenze culturali e linguistiche,
difficoltà familiari, ecc. Naturalmente questo è possibile soltanto qualificando
metodologicamente e sul piano organizzativo e delle risorse la didattica
ordinaria. Altrimenti avremo alunni con Bisogni educativi speciali di
serie A (con le risorse speciali, spesso soltanto insegnanti di sostegno)
e di serie B (senza risorse).
3. Integrare le risorse speciali nella "speciale normalità"
L'integrazione cresce e fruttifica se la normalità del fare scuola diventa
sempre più speciale, competente, tecnica e non se si consolidano meccanismi
di delega dell'alunno speciale alla risorsa speciale (insegnante di sostegno,
educatore o tecnica-materiale speciale) con conseguente disimpegno, deresponsabilizzazione
e impoverimento della normalità dei rapporti educativi e didattici. Le
specificità e le specialità tecniche vanno valorizzate soprattutto nel
loro migliorare le qualità inclusive delle normalità: le tecnologie multimediali
utilizzate da tutta la classe, i piccoli gruppi cooperativi, i testi arricchiti
e modificati, le didattiche metacognitive e costruttiviste, gli interventi
motivazionali e psicoeducativi nel gruppo, ecc. L'insegnante specializzato,
in questo modo, fa diventare un po' più speciali tutti i colleghi, che
lo includono nella loro normalità.
4. Programmare globalmente (Progetto di Vita) e agire localmente (Piano
educativo individualizzato)
Anche in questo caso torna lo strabismo educativo: con un occhio individualizziamo
tenendo conto del percorso scolastico di integrazione in questa specifica
classe, in questo anno scolastico, ma con l'altro occhio teniamo ben in
vista una dimensione di vita più larga, più estesa dal punto di vista
esistenziale, che comprenda l'adultità, la partecipazione sociale, i ruoli
comunitari, il lavoro e la cittadinanza. La vita non è solo la scuola,
e non è solo l'infanzia e la giovinezza: dobbiamo tener ben conto dell'evoluzione
demografica e della sempre maggiore longevità delle persone disabili.
5. Rendere disponibili (ed esigibili) buone prassi e non buone azioni.
Il successo di un'esperienza di integrazione scolastica non può dipendere
dalla fortuna di capitare con un'insegnante di sostegno motivata e brava
e con altri colleghi collaborativi. L'alunno disabile non può sperare
nella Dea bendata, deve poter essere sicuro che nella Scuola sono definiti,
esistono e sono esigibili standard essenziali minimi, strutturali e di
processo, di qualità dell'integrazione. Queste sono le buone prassi strutturate,
istituzionali, sicure e stabili, e non affidate all'aleatorietà del buon
cuore e della dedizione volontaristica del singolo docente. L'integrazione
scolastica ha dato tanto alla Scuola italiana e potrà dare ancora molto
di più se però verrà considerata fino in fondo un fiore all'occhiello
del nostro sistema formativo, da esibire sempre con orgoglio e da utilizzare
in positivo in tante occasioni, anche quando, ad esempio, si cercano parametri
per valutare la qualità delle istituzioni scolastiche che non siano soltanto
i livelli di rendimento degli alunni (non disabili). Con queste premesse
quindi, nel contesto specifico di questa ricerca sulla Qualità dell'integrazione
in Provincia di Ravenna, abbiamo identificato sette dimensioni particolari
di Qualità, che hanno ispirato la costruzione e la successiva lettura
dei due questionari.
1. FORMAZIONE E LIVELLI DI COMPETENZA DEL PERSONALE
Questa dimensione di qualità dei processi di integrazione è costituita
fondamentalmente dai livelli di competenze professionali specifiche acquisite
attraverso la formazione di base, la specializzazione per le attività
di sostegno e varie iniziative specifiche di aggiornamento in service.
Nel caso dei dirigenti, le componenti valutate sono state la loro formazione
iniziale di base e la frequenza a corsi rivolti allo sviluppo di competenze
specifiche in relazione a diversi aspetti, metodologici o riferiti ai
diversi livelli di scolarità, dei processi di integrazione. Nel caso dei
docenti si è voluto valutare la presenza del titolo di specializzazione
per le attività di sostegno, sia nei docenti impiegati in queste attività,
sia in quelli curricolari. Di particolare importanza è il possesso del
titolo di specializzazione nei docenti che attualmente svolgono attività
di sostegno. A livello di istituzione scolastica si è poi valutata la
realizzazione di iniziative di formazione e aggiornamento sui temi della
disabilità e dell'integrazione. Un aspetto importante a livello di formazione
risulta essere anche la percezione di quante competenze su questi temi
andrebbero possedute dagli insegnanti curricolari, da quelli specializzati
e da altre figure fondamentali nella comunità scolastica: collaboratori,
educatori, tutor, familiari, ecc.
2. COLLABORAZIONE E COLLEGIALITA' TRA LE VARIE FIGURE E ISTITUZIONI
La capacità di fare sistema, di collaborare, di costruire assieme, con
una pluralità di persone e istituzioni, progetti, azioni, verifiche, ecc.
è una dimensione fondamentale del fare qualità dell'integrazione scolastica.
Questa reticolazione sinergica e costruttiva di varie figure professionali
(e non) dovrebbe avvenire ai vari livelli degli ecosistemi di vita e di
relazione dell'alunno disabile: la classe, la scuola, fra enti e istituzioni
nel territorio. In questa dimensione di qualità troviamo i gruppi di lavoro,
la collaborazione tra i docenti, il coinvolgimento operativo di vari enti,
servizi e amministrazioni, la collaborazione con la famiglia e, in senso
più allargato, con la comunità. Di particolare importanza ci è sembrata
la collegialità e la più ampia possibile partecipazione alle prassi di
documentazione dei processi, in cui anche il soggetto disabile dovrebbe
avere un ruolo da protagonista, concorrendo all'elaborazione del suo Pei-Progetto
di vita, che si evolve poi in un curriculum vitae. L'altra forte dimensione
di collegialità e collaborazione è quella con gli Enti locali, i servizi
sociali e sanitari e i centri di documentazione territoriale.
3. ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA, DEFINIZIONE DI PROCEDURE E RISPETTO DELLE
NORME
La terza dimensione di qualità che è stata considerata fondamentale riguarda
l'attività complessiva dell'organizzazione scolastica, che si articola
in precise procedure e prassi previste a livello normativo e regolamentare
e dunque esigibili dall'utente dell'istituzione scolastica. Tra queste
prassi troviamo l'accoglienza, la comunicazione con la famiglia, il sistema
di assegnazione degli incarichi (funzione obiettivo e funzioni aggiuntive),
le modalità di formazione delle classi, le strategie di continuità e di
autovalutazione. Una attenzione particolare è stata data alle prassi di
elaborazione e scambio di informazioni e alla costruzione di una progettazione
comune attraverso i gruppi di lavoro per l'integrazione (diagnosi funzionale,
profilo dinamico funzionale, Piano educativo individualizzato, ecc.)
4. PRECARIETA', TURN OVER E STABILITA'
Le varie figure professionali della scuola e dei sistemi connessi possono
subire un turn over elevato, con situazioni di notevole precarietà e discontinuità
della loro opera, oppure possono essere stabilmente impiegate in un'istituzione
scolastica, con indubbi vantaggi, generalmente, dal punto di vista della
continuità, dell'effettiva efficacia del loro lavoro, della soddisfazione
personale e professionale, della predisposizione ad investire nel futuro
in prassi che rimangano nell'organizzazione della scuola, della solidità
dei legami con gli alunni e i colleghi, ecc. Il gran numero di insegnanti
precari, non di ruolo, è una piaga endemica della scuola italiana, che
diventa drammatica nel caso degli insegnanti impiegati nelle attività
di sostegno, che cambiano frequentemente sede. Lo stesso vale per il frequente
turn over evidenziato dalle figure obiettivo che si occupano di integrazione,
con evidenti riflessi negativi sulla progettualità a lungo termine.
5. LE DIFFERENZE DI GENERE NEGLI ALUNNI E NEL PERSONALE SCOLASTICO
Un altro elemento di qualità è stato identificato nel rapporto tra le
distribuzioni di maschi e femmine tra gli alunni disabili e tra gli insegnanti
e i collaboratori scolastici. Le distribuzioni del genere dovrebbero tendenzialmente
rispettare quelle presenti nella popolazione generale, altrimenti è probabile
osservare difficoltà sia in ambito psicologico (nell'identificazione,
nelle dinamiche affettive, ecc.) che nell'ambito dell'assistenza quotidiana
e della privacy. E' ben nota la prevalenza del sesso maschile tra i soggetti
disabili e di quello femminile tra il personale scolastico.
6. QUALITA' DELLE RISORSE: NORMALI O SPECIALI?
Un fattore fondamentale di qualità è ovviamente anche quello dell'attivazione
di risorse per realizzare percorsi realmente efficaci di integrazione.
Ma le risorse ricercate e attivate provengono da ambiti di "specialità"
tecnica, esclusivamente dedicate all'alunno disabile, oppure provengono
dalle sfere della "normalità" relazionale, didattica, educativa? Riteniamo
che le risorse che più costruiscono la qualità dei processi di integrazione
siano quelle che provengono dalla normalità, ma che si arricchiscono fortemente
di quegli elementi tecnici di specialità in grado di migliorarne l'efficacia
per l'alunno disabile e per gli altri alunni. Una normalità non delegante,
a livello di attività didattica, di apprendimento, di relazioni, che però
si arricchisce delle specializzazioni necessarie a rispondere ai vari
bisogni educativi speciali è un fattore basilare di qualità dell'integrazione.
In quest'ottica si è voluto valutare il coinvolgimento normale dei compagni
di classe, la programmazione delle spese ordinarie, le ricadute della
diagnosi funzionale sulla didattica ordinaria, la percezione della quantità
di ore "speciali" di sostegno in rapporto ai bisogni percepiti, l'uso
diffuso della documentazione, i rapporti con le famiglie, le ricadute
dell'integrazione sui vari attori dei processi, il collegamento dei PEI
con la programmazione della classe.
7. RISORSE STRUTTURALI
In questa area si identificano, come indicatori di qualità, le risorse
strutturali che mediano le attività educative, didattiche e di riduzione
degli handicap. Ciò significa il personale, le attrezzature, gli spazi,
l'accessibilità, gli ausili, ecc.
GLI INDICATORI DELLA BUONA INTEGRAZIONE PER GLI STUDENTI DISABILI
1. Cosa vogliamo intendere quando parliamo di indicatori
La parola 'indicatore' dice con molta semplicità un modo di segnalare
qualche cosa. L'indicatore che ci permette di sapere se abbiamo sufficiente
benzina è un elemento permanente, oscillante tra il segno di pieno e di
vuoto del serbatoio della benzina. Vi sono indicatori che invece si "accendono",
manifestando la loro presenza, quando anche il problema si manifesta;
e quindi hanno la funzione particolare di apparire e in questo modo avvisare
di un rischio per potere rimediare ad un possibile danno. Di conseguenza
possiamo distinguere tra indicatori permanenti, che hanno una visibilità
costante, e indicatori che si manifestano unicamente in particolari situazioni.
Riguardo l'integrazione, vi sono indicatori che permettono di segnalare
la presenza di un possibile danno quando, ad esempio, l'intero svolgimento
dell'attività didattica di un soggetto disabile è disancorato, sia come
spazio fisico sia come modalità di intreccio di programmi e del lavoro
di apprendimento e insegnamento, dal gruppo classe a cui fa riferimento
il soggetto disabile stesso. Questo è un indicatore che si manifesta qualora
per un lungo tempo vi sia una manifesta assenza di contatto tra l'individuo
e il gruppo classe, sia fisicamente - assenza dal gruppo classe per un
lungo periodo - sia con le modalità di intreccio a cui facevamo richiamo.
E' chiaro che vi sono delle situazioni in cui l'assenza è dovuta a una
necessità di forza maggiore, legata, per esempio, ad uno stato fisico
che impedisce la presenza nello stesso luogo, nella stessa aula, di un
soggetto disabile. Ma in questi casi vi è la possibilità di segnalare
invece la presenza di una fattiva collaborazione fra il soggetto e i coetanei
e quindi anche un intreccio che permette di parlare ugualmente di buona
qualità dell'integrazione perché l'assenza è stata colmata per quello
che è possibile.
E' chiaro che l'indicatore - come si dice a volte - "stupido" fornisce
il dato: il tal soggetto non è presente nell'aula. L'interpretazione dell'indicatore,
però, ci permette di mettere in chiaro se l'assenza e la lontananza non
hanno invece favorito una possibile migliore integrazione del piano didattico,
del progetto educativo di tutto il gruppo classe.
Lucio Cottini (2004, p. 280) ritiene che la qualità dell'integrazione
scolastica sia data da alcuni indicatori:
- il progressi specifici sugli obiettivi definiti dal PEI;
- le modalità utilizzate per valutare questi progressi;
- la generalizzazione degli apprendimenti acquisiti;
- le connessioni fra la programmazione individualizzata e quella della
classe;
- il tempo che l'allievo trascorre all'interno della classe:
- il coinvolgimento dei compagni nell'integrazione.
E' interessante collegare questi indicatori a quelle che Luigi D'Alonzo
(2003, p. 68) chiama direttive per realizzare un'azione educativa-didattica
di qualità:
- "soddisfazione del bisogno di successo: occorre proporre un'attività
educativo-didattica alla portata delle capacità dell'allievo;
- generalizzazione della differenziazione: l'individualizzazione
del percorso formativo deve essere una metodologia che si applica a tutti
gli allievi della classe, non esclusivamente al soggetto disabile;
- impegno relazionale-affettivo: il rapporto fra educatore ed educando
disabile deve essere intenso e basato su un'attenzione alla persona colma
di accettazione e di rispetto".
Sulla copertina allo scritto/strumento di Giancarlo Cottoni (2003), dedicato
al Profilo Dinamico Funzionale, attorno al titolo dedicato al tema, vi
è una corona circolare in cui sono inscritte quattro frasi: "Se è finto
è inutile/se è completo è molto utile ma faticoso/ se è solo dinamico
è quasi sufficiente/ se è solo funzionale è poco utile". Ci sembra un
buon esercizio ricavare gli indicatori di qualità da queste frasi. Quello
che ne ricaveremo, sarebbe in buona sintonia non solo con le indicazioni
già citate, ma anche con quelle che A. Kummer Wiss (2004) deduce da una
serie di studi di casi:
- strutture flessibili;
- collaborazione fra personale insegnante e insegnanti specializzati;
- differenziazione e individualizzazione
- attribuire importanza al lavoro relativo alle competenze sociali e personali
- organizzazione accurata delle transizioni.
Ce ne sarebbe abbastanza per accontentarsi. Ma, a rischio di rindondanze
pericolose, vorremmo dedicare una certa attenzione, in buona compagnia
con gli autori citati, a quegli indicatori che permettono di esaminare
il singolo soggetto in riferimento al gruppo classe e lo vorremmo fare
tenendo conto delle indicazioni ma soprattutto della logica che emerge
dall'I.C.F. L'I.C.F. - Classificazione Internazionale del funzionamento
della disabilità e della salute - proposta dall'Organizzazione Mondiale
della Sanità (O.M.S., 2002) ha una logica richiamata più volte in vari
scritti che riguarda la necessità di stabilire rapporti con i contesti.
Scegliamo quindi - come gli studiosi richiamati - indicatori che devono
sempre essere rapportati a dei contesti e non acontestuabili, astratti,
assoluti o con pretesa di essere assoluti.
Vediamo dunque di scendere in alcuni indicatori che ci sembrano permettere
una valutazione legata alla logica dell'I.C.F.
2. L'integrazione nel linguaggio
Il linguaggio è un elemento fondamentale per collegarsi alla realtà. Abbiamo
bisogno di tenere distinta la parola 'linguaggio' dalla parola 'comunicazione'.
Più volte abbiamo segnalato l'equivoco che si può ingenerare se si estende
alla comunicazione non verbale l'espressione linguistica. La comunicazione
non verbale può essere la mimica spontanea, la prossemica, il comunicare
attraverso oggetti e molte altre manifestazioni di tipo spontaneo o a
codificazione ridotta, vale a dire che riguarda unicamente il soggetto
e alcune persone che hanno consuetudine a vivere con il soggetto stesso;
potrebbero essere i familiari come anche gli educatori che hanno un lungo
periodo di impegno accanto a un soggetto.
La comunicazione non verbale in tal caso è sicuramente un fatto positivo
ma non è il linguaggio. Noi vorremmo indicare nel linguaggio un elemento
che ha una codifica estesa, che riguarda un'intera comunità e può far
vivere un'autonomia del soggetto all'interno di vincoli precisi che sono
propri del linguaggio (codificato). Un indicatore importante consiste
nel verificare se vi è un'evoluzione nella conquista dell'autonomia nel
linguaggio, ovvero un'autonomia che sa permettere al soggetto di entrare
in rapporto con una comunità estesa attraverso o il linguaggio della stessa
comunità o attraverso elementi che permettono la decodifica e la ricodifica
con il linguaggio della stessa comunità. I codici vicarianti possono in
qualche modo accostarsi a questa indicazione.
Il soggetto ha un proprio linguaggio, e quindi ha una propria autonomia
linguistica, che sta dentro dei vincoli mobili propri di ogni linguaggio.
Questo aspetto è un indicatore interessante perché aggiunge alcune condizioni
che hanno avuto un ampio dibattito, con opinioni anche contrapposte -
e duramente - nella storia. Ci si potrebbe riferire a diversi esempi che
riguardano gli autismi oppure la condizione della sordità.
Il linguaggio del soggetto sordo può essere interpretato o come quello
di una minoranza linguistica che utilizza la Lingua Italiana dei Segni
o LIS [ci sarà una LPS, Lingua Padana dei Segni? Cosa ne dice la nuova
Costituzione in cantiere?]; oppure può essere intesa come una necessità
tecnica per accedere al linguaggio dei parlanti attraverso la lettura
labiale o altre più sofisticate modalità.
In entrambe le situazioni, però, il linguaggio del soggetto deve avere
una possibilità di essere interpretato, letto, e quindi di raggiungere
ed essere raggiunto, in una dimensione di reciprocità. E quindi a sua
volta il soggetto deve interpretare, leggere e raggiungere ed essere raggiunto
dalla comunità con cui vive una vita da augurare piena, fatta anche di
spostamenti sul territorio, di percorsi dettati dalla necessità ma anche
dal desiderio di incontro, di esplorazione. Questo significa che, con
una caratteristica propria della minoranza linguistica, anche la LIS vive
in una condizione particolare tra le comunità linguistiche: di diaspora,
cioè di dispersione in un altro tipo di comunità in cui è necessario che
vi sia un addestramento e una cultura dello scambio tale da permettere
l'autonomia nel contesto allargato e quindi nella comunità linguistica
non propria.
Il grado di integrazione si misura anche da questo elemento. E' un primo
momento valutativo dell'integrazione: un indicatore di integrazione che
permette di raggiungere il rapporto con l'altra parte del sé riconosciuta
dagli altri attraverso l'esplorazione del mondo, la capacità di avere
dei processi e delle strategie prevedibili, capaci anche di accogliere
gli eventi imprevisti, di far fronte all'imprevedibile e nello stesso
tempo avere il linguaggio delle abitudini, ovvero delle attività ricorsive
che caratterizzano la vita di tutti i giorni per un'ampia comunità, essendo
nella condizione di parteciparne la vita informale. Queste indicazioni
sono importanti perché permettono di avere anche una caratteristica specifica
dell'indicatore che è la coevoluzione: non è unicamente il soggetto che
deve essere valutato per l'indicatore ma vi deve essere una corrispondenza
nel contesto. Questo dovrebbe rappresentare una delle caratteristiche
più interessanti nello studiare e proporsi indicatori di integrazione,
del suo valore e della sua valutazione.
3. Dalle buone azioni alle buone prassi
Siamo costantemente di fronte al malinteso delle buone prassi e costantemente
è necessario ribadire che le buone prassi non sono le buone azioni singole.
Sono un'organizzazione complessa per tutti e tale da poter garantire una
percorribilità nel tempo. Sono un indicatore di qualità, e nella scuola
le buone prassi sono anche la possibilità che vi sia una regolare presenza
di insegnanti specializzati per il sostegno dell'integrazione.
Noi riteniamo che sia necessario non avere la presenza dell'insegnante
di sostegno per l'integrazione in rapporto riferito esclusivamente alla
presentazione della certificazione della diagnosi di un soggetto, facendone
un elemento aggiuntivo saldato alla certificazione di disabilità. Riteniamo
che una buona prassi non funzioni in questo modo. La buona prassi dovrebbe
arrivare - si deve dire "finalmente" - ad avere insegnanti specializzati
per il sostegno come organico nelle scuole, con una stabilità maggiore,
con la possibilità che non si identifichi il singolo insegnante con il
singolo soggetto disabile ma siano - come si è detto e ripetuto e si dovrà
continuare a ripetere - risorsa dell'intera struttura scolastica.
Questo è un indicatore che bisogna chiarire con molta precisione: non
è solo l'insegnante specializzato per il sostegno che è contenuto nell'indicatore
buone prassi. Dobbiamo considerare l'organizzazione materiale che permette
la presenza fisica per quanto riguarda accessi, vita quotidiana - e quindi
servizi igienici, mensa, laboratori e altre caratteristiche che possono
essere nell'organizzazione della scuola secondo l'ordine e il grado; e
l'organizzazione della didattica. La didattica plurale, che si serve di
diverse strategie per un traguardo comune, con diversi mediatori, è una
buona prassi, è nella funzione aperta a presenze plurime. La didattica
che abbia una sua impostazione prevista unicamente per livelli alti di
intelligenza, con buone prestazioni fisiche ed altre caratteristiche definite
a priori, proponendo per un soggetto disabile un percorso totalmente individuale
- che sfugge quindi alla organizzazione complessiva -, non risponde alle
esigenze delle buone prassi.
Le buone prassi, nella scuola, devono riguardare tanto l'organizzazione
della vita materiale che l'organizzazione della vita intellettuale che
impegna l'aspetto didattico. Nelle buone prassi vorremmo individuare alcuni
elementi che possiamo identificare come la capacità nella scuola di riferirsi
ad una realtà completa e non una realtà amputata. Completa. Vale a dire
composta di una varietà di soggetti, di generi - maschile e femminile
-, di soggetti con capacità differenziate e con l'idea di avere una responsabilità
per portare tutto il gruppo al traguardo.
Un secondo punto riguarda un aspetto dinamico delle buone prassi, ovvero
che le buone prassi siano un modello condiviso che avrà aggiornamenti
e che siano realizzate con un processo continuo, secondo opportunità ed
occasioni. Nessuna bacchetta magica, ma una capacità di tenere una direzione
progettuale e di realizzare giorno dopo giorno.
Dobbiamo dire che questi indicatori danno, in questo periodo, segnali
fortemente negativi in molte delle condizioni in cui si sta svolgendo
la scuola, prima tra tutte la precarizzazione. La precarizzazione del
corpo docente, la sua frantumazione, la perdita della collegialità con
l'indicazione di funzioni che ne rompono la quotidianità, non possono
che essere indicatori di cattive prassi.
4. La riduzione di handicap
Un indicatore molto preciso è quello che riguarda la capacità del gruppo
scolastico, e quindi della scuola nel suo insieme, di ridurre gli handicap.
Questa è una dizione che ha sempre bisogno della precisazione: riduzione
di handicap significa creare il presupposto per problematizzare e rendere
distinguibili gli aspetti irreversibili (alcune menomazioni di funzioni/strutture
corporee, alcune limitazioni di attività personali, per usare la terminologia
ICF) e gli aspetti che vanno invece verso una possibile variabilità che
sono gli handicap e che dipendono dall'organizzazione del contesto, dalla
possibilità di avere risorse e ausilii, ecc.
Un buon indicatore è quello che ha nella riduzione degli handicap la possibilità
di esaminare l'organizzazione. Anche qui ci riferiamo al doppio aspetto,
materiale e intellettuale, dell'attività scolastica. Occorre permettere
la riduzione degli handicap attraverso un'organizzazione stabile. Vorremmo
mettere alcuni esempi che possono anche spaventare nelle condizioni in
cui in questo momento la scuola sta vivendo la sua realtà. Vorremmo mettere
dentro questo indicatore - riduzione degli handicap - la possibilità di
esaminare l'organizzazione del bilancio della scuola per capire se la
voce riduzione degli handicap - non certamente espressa con queste parole
- è presente o se è un fattore eccezionale dovuto ad eventi straordinari;
vale a dire se la scuola ha capito una volta per tutte che il processo
di organizzazione deve essere continuo e che non può essere assunto unicamente
per incidenti, per fattori emergenti.
La continuità significa anche possibilità di avere una previsione di spesa
stabile, stabilmente dedicata. Come in tutti i bilanci, quello della scuola
può avere una riorganizzazione, dei ritocchi, degli spostamenti; i bilanci
hanno una previsione, un periodo in cui si agisce e, nell'azione, con
il movimento del bilancio si può arrivare anche a spostare le cifre. Ma
il bilancio di previsione deve contenere delle voci. Vorremmo sperare
che ci sia anche qualche scuola, nella Repubblica Italiana, che ha tra
le voci stabili di bilancio qualcosa che può richiamare l'indicazione
che abbiamo dato: riduzione di handicap. L'altro elemento che vorremmo
prendere come punto di riferimento di questo indicatore è la presenza
di una commissione e di responsabilità stabili nei confronti della disabilità,
indipendentemente dalla presenza di alunni disabili nella scuola, con
la continua possibilità che vi siano dei momenti dedicati al tema della
riduzione di handicap. Un terzo elemento che sta in questo indicatore
è il ruolo dei coetanei. Vorremmo anche qui sperare che vi siano non delle
dinamiche pietistiche ma una qualità della didattica che valorizzi il
ruolo dei compagni in una funzione di apprendimento anche del compagno
tutore, anche del compagno o della compagna che mette il suo tempo, le
sue capacità al servizio di una riduzione di handicap e - caso che vorremmo
indicare come il più alto - la possibilità che vi siano all'interno proprio
dello studio disciplinare delle assunzioni di responsabilità nei confronti
di problemi che chiamiamo handicap, che possono essere studiati, affrontati,
esplorati ed avere dei suggerimenti dallo studio stesso e delle sperimentazioni
perché venga ridotto lo svantaggio.
La possibilità che una gita scolastica crei qualche problema per la presenza
di un soggetto disabile nella classe può essere affrontata o totalmente
all'esterno della classe oppure all'interno, facendo riferimento ad attività
di previsione di spesa, e quindi di assunzione di competenze in campo
matematico, di copertura di assicurazione, di organizzazione sociale,
di strumenti per realizzare al meglio la godibilità della gita da parte
del soggetto disabile, compagno o compagna (non è indifferente) e della
classe; tutti elementi che hanno la possibilità di essere assunti attraverso
lo studio del problema e l'utilizzazione degli strumenti che l'apprendimento
disciplinare ha permesso di assumere.
Altro esempio importante, e a nostra conoscenza già in alcune realtà,
è quello di una classe che assume, per ridurre l'handicap, la conoscenza
del codice Braille. L'intera classe studia il codice Braille e permette
quindi una riduzione di distanza con il soggetto cieco che lo utilizza.
Vi sono altre vicende che vanno nello stesso senso, relativamente ad altri
codici o comunicativi o linguistici.
5. La capacità di controllo del percorso da parte dei soggetti tutti
ed anche del soggetto disabile
Questo indicatore di qualità riguarda sostanzialmente la qualità della
didattica ma anche alcuni elementi che fanno parte dell'organizzazione
materiale della scuola. Non abbiamo una visione che riguarda unicamente
la possibilità che ci sia da parte di un soggetto disabile il controllo
del proprio percorso di apprendimento, elemento di grande importanza ma
a cui non diamo un'importanza unica; vorremmo accompagnare questa capacità
e possibilità di controllo con il controllo, ad esempio, del tempo, dei
ritmi dell'organizzazione scolastica che a volte sono lasciati all'intuizione
e alla capacità di conoscere spontaneamente l'esistenza dei soggetti,
non tenendo conto delle soglie percettive dei soggetti stessi.
Occorre fornire più di una possibilità e su questo vi deve essere un lavoro
specifico che riguarda l'organizzazione materiale della vita di una classe,
permettendo di fare un passo avanti in un'integrazione che risulti beneficio
per il soggetto disabile con una ricaduta ancora come beneficio per altri
che disabili non sono ma che possono avere difficoltà più o meno nascoste
dietro comportamenti di passività o di irrequietezza. Vi è la possibilità
che vi sia una incapacità di conoscere i ritmi della didattica,
con la conseguenza di trovarsi sempre in difficoltà con la distribuzione
della propria energia in rapporto allo sforzo di attenzione, di autodisciplina.
L'operazione controllo del tempo fa parte di una organizzazione dell'arredo;
ma anche i segnali organizzativi della giornata possono essere riportati
sulla attrezzatura di arredo del luogo in cui si lavora e si studia. Ovvero,
l'aula può fornire elementi di controllo a chi vi svolge i propri impegni.
Ma anche i contorni della classe che vanno dai corridoi ai laboratori,
ai bagni, possono avere delle connotazioni di ambiente, di arredo che
permette il controllo della direzione, dell'organizzazione dei movimenti
e da delle finalizzazioni che sono proprie dell'autocontrollo.
Un soggetto ha la possibilità, nel controllare le azioni, di fare delle
scelte e di finalizzarle al risultato che vuole raggiungere. E questo
è uno degli aspetti che a volte viene totalmente trascurato non permettendo
una buona integrazione, perché sembra che ci sia una continua funzione
di sorveglianza del personale, anche dell'insegnante specializzato per
il sostegno, che in qualche modo non valorizza queste stesse figure professionali
e nello stesso tempo rende un servizio molto modesto alla qualità dell'integrazione:
sorvegliare per dare i ritmi, per tenere ferma una situazione fino a quando
non finisce l'orario in cui si deve fare una certa attività, ecc.
Potremmo fare esempi più dettagliati, ma capiamo in che linea può andare
questo indicatore di qualità. Il potere di discriminare tra le proprie
azioni istintive e la finalizzazione a cui si vuole arrivare dà luogo
a quell'espressione che ci è cara che chiamiamo inibizione costruttiva:
la capacità di mettere in moto dei meccanismi che permettano di respingere
atteggiamenti istintivi, a volte un po' scombinati e che scombinano, e
la pazienza costruttiva verso una finalizzazione.
6. Maternage come scuola guida
Avere una funzione maternante non significa tenere in braccio un soggetto.
Può anche significare questo; ma dipende dall'età, dal momento, dal contesto,
da molte cose. Noi parliamo invece di un maternage che si svolge con il
modello della scuola guida e che permette a chi sta apprendendo di avere
delle libertà di azioni con un monitoraggio tale da bloccare quelle azioni
che potrebbero essere fortemente compromettenti per la guida stessa, restando
nella metafora.
Significa utilizzare un meccanismo caro a Vygotskij, e che ci permette
di ragionare intrecciando due dimensioni: intrapsichica e interpsichica,
ovvero quella modalità di ragionare dentro noi stessi per vedere come
riusciamo a conciliare momenti che non sembrano conciliabili proprio dialogando
tra noi, e la necessità invece, che si ha in certi momenti più acuta a
causa una sofferenza o di una gioia, o perché si è in un contesto che
ci è ignoto, di dialogare con l'altro. La dimensione interpsichica, dialogo
esterno, ha bisogno anche di una capacità di leggere e di scegliere l'altro
in modo tale che sia funzionale alle nostre necessità e non diventi il
padrone scomodo perché invadente.
Questa operazione è fortemente interessata alla possibilità che vi sia
una continua organizzazione che chiamiamo di maternage-scuola guida. E
possiamo riprendere dalla scuola guida un elemento che ancora investe
l'organizzazione dell'ambiente: quanto il cruscotto è importante per imparare
a guidare? Quanto la possibilità di un abitacolo su cui appoggiare i nostri
comportamenti complessi - la scuola guida insegna un comportamento molto
complesso e con una dinamica finalizzata - quanto è importante non farlo
diventare tutto mentale ma organizzare in modo che la nostra mente agisca
in rapporto all'organizzazione dell'abitacolo?
La scuola è un abitacolo, come l'intero ambiente didattico: deve permettere
ai soggetti di mescolare, mixare la dimensione mentale originale di ciascuno
con gli oggetti e l'organizzazione del cruscotto-aula in modo tale da
permettere a ciascuno di riuscire a guidare. E chi ha la funzione di istruttore
deve sapere organizzare il cruscotto più che non intervenire al posto
dell'altro. Un buon indicatore è quindi la possibilità che vi sia un intervento
che va riducendosi perché cresce l'abilità dell'allievo attraverso la
scuola guida. E cresce con la capacità di organizzarsi i segni utili per
guidare.
7. La presenza di mediatori efficaci nei vari contesti
La possibilità che vi siano dei mediatori è data dalla necessità di funzionare
con un elemento che chiamiamo automatismo evolutivo. Non è necessario
entrare in troppi dettagli per spiegare che le persone che apprendono
- e quindi una classe, ancora ci riferiamo a un gruppo classe - devono
percorrere una evoluzione che permetta loro di sapere usare gli oggetti,
che sono dei mediatori efficaci per l'organizzazione degli apprendimenti.
L'apprendimento ha varie fonti: le fonti chiamate insegnanti sono estremamente
importanti, ma se diventano le uniche fonti notate e notevoli sono appesantiti
da un carico enorme. La possibilità che vi siano invece più mediatori
- libri, schede, audiovisivi - riporta al livello dell'organizzazione
di un ambiente didattico plurimo. I mediatori diventano efficaci quando
sono strutturati in modo tale da pensare che possano esserci soggetti
con delle limitazioni sensoriali, di movimento, delle limitazioni di intelligenza.
Questa formulazione di indicatori si collega essenzialmente a due fattori:
il primo si riferisce all'esperienza che in questi anni ci ha permesso,
nonostante le difficoltà attuali, di mantenere una decenza nell'integrazione;
l'altro alla possibilità che questa formulazione di indicatori stia in
buona compagnia con i due forti spunti che ci vengono dalle iniziative
sopranazionali che sono l'I.C.F. e le buone prassi. Questo è il quadro
in cui dovremmo muoverci per permettere alla nostra riflessione applicata
di essere comparabile e di fornire qualche elemento positivo ai nostri
partner europei. Ragioniamo anche in funzione di un desiderio di sentici
parte dell'Europa.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
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Erickson.
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Cottini L. (2004), Didattica speciale e integrazione scolastica,
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D'Alonzo L. (2003), Pedagogia speciale, Brescia, Ed. La Scuola.
Cottoni G. (2003), Il Profilo Dinamico Funzionale strumento di innovazione
scolastica, Parma, Centro Provinciale di Documentazione per l'Integrazione
scolastiva, lavorativa, sociale.
Kummer Wiss A. (aout 2004), Intégration au secondaire 1, in "Pédagogie
spécialisée", Lausanne-Luzern, Centre suisse de pédagogie specialisée
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della Disabilità e della Salute, Trento, Erickson.
"Dal rapporto di ricerca sulla qualità
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