2003: "Anno Europeo dei disabili". Così è stato definito ufficialmente dalla
decisione del Consiglio dell'Unione Europea del 3 dicembre 2001: per stimolare
la discussione, per fare sensibilizzazione, per promuovere lo scambio di
esperienze e sostenere la piena integrazione scolastica e sociale delle
persone disabili.
E un'occasione importante anche per riflettere su una questione che non
è soltanto terminologica, né tantomeno un vezzo linguistico politically
correct: l'uso dell'espressione Diversabilità al posto di Disabilità.
L'espressione "disabilità" sottolinea il deficit, ciò che manca rispetto
a un'"abilità", rispetto ad un'idea di normalità, alla "norma". Rispetto
a uno standard medio di funzionamento si evidenzia, in negativo, la disabilità.
Una persona fa male qualcosa, o non la sa fare affatto: non ci vede, non
parla, cammina male, ragiona lentamente, ecc., rispetto all'idea di "normalità".
Ma quale? Esiste una normalità, una persona "normale"? Non sembrerebbe leggendo
queste righe di Pontiggia, tratte dal bellissimo Nati due volte.
Niente. Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla,
ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità
non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante,
vagamente sarcastico. Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello
scritto: "I normali, tra virgolette". Oppure: "I cosiddetti normali'".
[... ] La normalità - sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità
- rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali intermittenze,
anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato
dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce
così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo.
Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l'immagine
della norma. (pp. 41 42)
Si potrebbe dire che proprio riconoscendo ed enfatizzando le differenze,
tutte le varie differenze, si modifica l'immagine della norma. La normalità
diventa pluralità di differenze, non uniformità fissa, definita attraverso
standard, medie e misurazioni statistiche. Su questo versante molti studiosi
di intelligenza e personalità si trovano d'accordo. Gardner, con le sue
nove forme di intelligenza (linguistica, logico matematica, spaziale,
musicale, corporea, naturalistica, intrapersonale, interpersonale e esistenziale),
scrive: "Anche se tutti possediamo l'intera gamma delle intelligenze, forse non
esistono due persone che abbiano esattamente le stesse intelligenze, nello
stesso grado e nella stessa combinazione: nemmeno i gemelli omozigoti sono
così. Si aggiunga che la configurazione delle intelligenze e i loro rapporti
mutano nel tempo per effetto delle esperienze che gli individui vivono e
del senso che danno (o non danno) loro" (Gardner, 1999, p. 73).
Dunque il confronto con la normalità si fa difficile. La normalità si frammenta
in una pluralità di modi di agire, di pensare, di "funzionare"', di raggiungere
obiettivi. Naturalmente non tutti gli obiettivi sono uguali in termini di
correttezza etica o di efficienza: ce ne sono di sbagliati, come ci sono
modi inefficienti.
Ma è soltanto dal riconoscimento e valorizzazione della pluralità dei modi
di agire che nasce l'idea della diversabilità? Non solo, nasce anche dal
non permettere al deficit di oscurare il valore della persona
nella sua essenziale umanità. Piazza ce lo ricorda bene in Per chi
suono la campanella? La persona disabile è un individuo. Con una propria identità. Con una
propria connotazione. Con delle caratteristiche proprie.
Lui ha sempre saputo non solo di essere portatore di una disabilità, ma
anche di essere innanzitutto una persona. E' ora che lo impariamo anche
noi. [ ... ]
Arriva in carrozzina, ma non è la carrozzina. Ha splendidi occhi azzurri,
è un mago con i videogame, usa il computer come pochi e sa fare un sacco
di altre cose che non si vedono... soprattutto se lo sguardo si ferma alla
carrozzina. (p. 94).
Lo sguardo va troppo spesso alla "carrozzina", al deficit, e totalizza,
copre tutta la persona, che diventa così il "disabile".
Molte persone che sono state definite prima ""handicappati", poi "disabili",
ora sostengono con forza che il termine da usare sia quello di "diversabilità".
Ecco il termine che vorremmo utilizzare sempre di più al posto di disabile:
diversabile. Claudio Imprudente, presidente del Centro Documentazione Handicap
di Bologna, dice spesso che i termini utilizzati per indicare chi ha un
deficit hanno poco a che fare con la fiducia (in-valido, dis-abile, ecc.).
Diversabile è un termine propositivo e positivo, che ci suona bene perché
mette in evidenza l'essere diversamente abili di molte persone con deficit.
Nel cammino della cultura dell'handicap riteniamo che il termine diversabile
provenga da un'idea storicamente "necessaria". Siamo convinti che iniziare
a usarlo possa aiutare a vedere le persone con deficit in una prospettiva
nuova, meno immediata nella constatazione del deficit, meno medica, più
attenta a una storia, a un cammino acquisitivo di abilità. Giustamente si
potrà obiettare che noi tutti siamo diversabili (basta vedere il modo di
camminare di ognuno): certamente, chi ha un deficit lo è di più. Il termine
diversabile contiene imprecisioni, almeno quanto il termine disabile. Queste
imprecisioni però hanno almeno il pregio di infondere un po' di ottimismo
in più, senza per questo cadere nell'errore di dimenticarsi del deficit
e dell'handicap. (Ghezzo, 2002, p. 267).
Infatti non bisogna mai dimenticarsi del deficit e dell'handicap. Orientarsi
alla diversabilità non deve significare negare le reali (e gravi) necessità
di chi ha un grave deficit, che va riconosciuto, valutato, abilitato
e riabilitato, dotato di ausili, protesi, tecnologia, ecc. Non ne deve risultare
una negazione degli specifici bisogni delle persone con i deficit più gravi,
quelle più vulnerabili.
Tanto meno possiamo dimenticare l'handicap, che è il frutto sociale
di condizioni ambientali svantaggianti, emarginanti, che creano difficoltà
e che per questo andrebbero isolate e sconfitte: dalle barriere architettoniche
ai vari pregiudizi, alle paure, alle incomprensioni, alle non conoscenze.
Una persona diversabile che ha lottato molto, in questi anni, per ridurre
l'handicap anche attraverso una maggiore conoscenza diffusa nelle persone
è Claudio Imprudente. A lui ho espresso il timore che la crescente attenzione
alla proposta di chiamare questo anno europeo "Anno della diversabilità"
possa nascondere un po' di condiscendenza, di buonismo, forse addirittura
di pietismo riverniciato. Ecco la sua risposta: Certamente! Il buonismo e il pietismo sono atteggiamenti di approccio
ad una realtà che non si conosce: solo la conoscenza può abbattere queste
barriere interiori. L'anno europeo delle persone con disabilità sarà un
anno informativo che darà grande visibilità al settore. Sarà importante
sfruttare l'occasione per cambiare biglietto da visita.
Un nuovo biglietto da visita. Il termine disabile è un biglietto da visita
che parte già male. E' come se uno bussasse alla porta e vi dicesse: "Buongiorno:
sono una persona non abile". Il biglietto da visita deve cambiare: bisogna
sottolineare le abilità e non le disabilità (Imprudente in Canevaro
e Ianes, 2003).
Stabilità - Dinamicità
Ci sono altre importanti ragioni per cui vale la pena operare la distinzione
dis-abile/divers-abile. Innanzitutto perché il termine disabile obbedisce
alla logica della staticità, della immutabilità, della fotografia. In ambito
medico, ad esempio, si afferma che la tale persona è affetta da tetraparesi
spastica determinante una disabilità grave, e come ognuno può rendersi
conto questa definizione definisce ben poco. E' abbastanza interessante
notare che una critica alla distinzione stessa di "lieve-medio-grave"
sia venuta proprio dal mondo dell'educazione, nel quale si ha più dimestichezza
con la diacronicità e c'è maggiore interesse a sottolineare le potenzialità
piuttosto che le mancanze.
In campo educativo si mira al raggiungimento di abilità in modo diverso,
piuttosto che constatare l'irrimediabile deficit di natura biologica. Si
sa che il sapere medico, nella gerarchia dell'attribuzione di importanza,
sta ai primissimi posti, e spesso fa la parte del leone. Si tratta di metterlo
non in contrapposizione, ma accanto ad altri saperi che valorizzano le
potenzialità.
Si è visto inoltre come parole un tempo utilizzate per indicare particolari
tipi di deficit, come idiota, stupido, cretino, col tempo siano diventate
parolacce. Anche parole come handicappato o cerebroleso alcune volte vengono
utilizzate come insulto. La parola diversabile più difficilmente
seguirà questo percorso di deterioramento, proprio perché sottolinea una
positività e non una negatività.
"Prendere coscienza delle nostre abilità e dei nostri deficit"
dice spesso Claudio Imprudente: non è semplice nei casi in cui la tradizione
e la paura ti fanno guardare al negativo, a quello che è distorto, che non
funziona, che fallisce, allo scarto, all'improduttivo. 1 coniugi Brauner
hanno studiato a fondo la psicopatologia infantile e in particolare l'autismo,
ritrovandone le tracce anche nella letteratura, nelle fiabe e nelle leggende.
Tra i tanti autori che rivisitano mi è sembrato interessante questo spunto
su Gorkij. Gorkij ha conosciuto Niliushka egli ha voluto bene. Personalmente amiamo
questa novella perché, in tutta la letteratura sull'"autismo infantile",
è l'unica a mettere in risalto gli aspetti attraenti che questi bambini
presentano: la loro bellezza e il loro modo irreale di essere. Anche se
non capisce il senso della vita e della morte e trova difficoltà a stabilire
dei rapporti affettivi, Niliushka si dirige sempre, senza esitare e senza
sbagliarsi, verso coloro che gli vogliono bene così com'è. Anche noi abbiamo
visto in questa luce i nostri bambini "autistici" (p. 167). Nell'esistenza sudicia e miserabile di quel villaggio, Niliushka svolgeva
una funzione indispensabile grazie alla sua bellezza, alla sua totale inutilità,
in contrasto con la bruttura circostante. Era come una mela dimenticata
su un vecchio albero tutto contorto e coperto di lichene spogliato dei suoi
frutti ormai raccolti e investito dal vento d'autunno che fa cadere le sue
foglie. Era come una pagina bianca in un libro sporco e sciupato, che manca
dell'inizio. Lui non sa leggere, ma questo non è un ostacolo [ ... ] Molte
volte si sente dire: "Niliushka non ha la mente lucida, ma dopo la morte
sarà sicuramente un santo e noi ci metteremo in ginocchio davanti a lui"
(Brauner e Brauner, 2002, p. 171).
Qui troviamo una valorizzazione delle particolarità, addirittura una "santificazione"
tutta russa, di questa apparente "inutilità".
Sfiducia - Fiducia
Diversabilità è visione positiva, aspettative di competenze (anche se magari
difformi dalla "norma' fiducia nello sviluppo, nella crescita, nella realizzazione
dei potenziali. Questa fiducia è una profezia che si autoavvera, molto spesso,
che produce essa stessa crescita e nuove abilità.
Invece il pietismo è sfiducia, come lo è la finta compassione assistenzialistica
che nasconde una reale indifferenza verso l'altro. Forse la differenza politica
tra destra e sinistra sta nel valore che si attribuisce all'altro. Uguale
o minore.
Un bambino piccolo, per esempio di dieci mesi, che non parla, non cammina,
non mangia da solo, non controlla gli sfinteri, non lo pensiamo certo disabile:
è un buon esempio di diversabilità! Diverso nei modi, negli obiettivi, diverso
dai genitori, diverso dai nonni. 1 nonni anziani verranno definiti più facilmente
disabili, ma anche per loro sarebbe giusto parlare di diversabilità. Per
ognuno di noi si dovrebbe parlare di diversabilità, come condizione esistenziale
di base.
Non dobbiamo però trascurare la dimensione ecosistemica, i contesti,
quando discutiamo di abilità, competenze, funzionamento. Queste sono dimensioni
che entrano sempre in relazione con contesti, sia interni alla persona stessa
sia esterni, nelle relazioni interpersonali e nei rapporti con vari tipi
di ambiente (naturale o artificiale). E' proprio quello che sta facendo
l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con il suo nuovo sistema
di classificazione delle disabilità, salute e del funzionamento (ICF) pubblicato
nel 2002. In questo sistema si insiste su una distinzione fondamentale:
tra "capacità" e "performance", dove per "capacità" si intende
ciò che si sa fare senza alcun mediatore contestuale, mentre "'performance"
è ciò che si può fare con i mediatori contestuali attuali a disposizione.
Per esempio, se Claudio Imprudente dovesse comunicare senza la sua lavagnetta
di plexiglas e l'aiuto di un interlocutore in grado di cogliere il suo sguardo,
la sua "capacità" sarebbe non presente, mentre con quei due mediatori contestuali
positivi, la sua "performance" è ottima.
Se i mediatori contestuali fossero, invece che facilitanti, ostacolanti
(come ad esempio le barriere architettoniche) si creerebbe l'handicap. Ma
l'handicap si produrrebbe anche se non si fornissero i mediatori contestuali
facilitanti di cui la persona ha bisogno. Vale la pena allora ragionare
in termini di "performance": pensare alle capacità di una persona che interagiscono
con i fattori mediatori dei contesti.
Approfondiamo ora l'analisi della classificazione internazionale del funzionamento
(ICF) proposta dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS),
che è forse la novità più rilevante apparsa in questo campo negli ultimi
anni.
Un nuovo sistema di classificazione della disabilità L'ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità
e della Salute) è il nuovo strumento elaborato nel 2002 dall'Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) per descrivere e misurare la salute e
la disabilità della popolazione, con un linguaggio comune e unificato. L'ICF
non è solo un linguaggio comprensibile a livello mondiale, rappresenta anche
una importante evoluzione del modello concettuale dell'OMS del 1980. Non
si trovano più, infatti, i termini disabilítà e handicap,
che sono stati sostituiti da attività e partecipazione sociale.
I termini con una connotazione negativa hanno così acquisito una valenza
positiva e le interazioni fra i vari fattori che costituiscono la salute
o la disabilità sono diventate più complesse, rendendo possibile la comprensione
anche delle situazioni più particolari e attribuendo il giusto peso ai fattori
contestuali, sia ambientali che personali. La valutazione di uno stato di
salute non si potrà più effettuare ignorando i complessi rapporti esistenti
tra corpo, mente, ambiente, contesti e cultura.
L'ICF appartiene alla "famiglia" delle classificazioni internazionali sviluppate
dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo un modello di riferimento
che consente di codificare un'ampia gamma di informazioni relative alla
salute e usa un linguaggio comune standardizzato, che permette la comunicazione
in materia di salute e di assistenza sanitaria in tutto il mondo e tra varie
scienze e discipline. Nella codificazione internazionale dell'OMS le condizioni
di salute in quanto tali (malattie, disturbi, lesioni, ecc.) vengono classificate
principalmente dall'ICD 10 (acronimo di International Statistical Classification
of Diseases and Related Health Problems), che fornisce un modello di
riferimento eziologico (OMS, 1992). Nell'ICF, invece, vengono classificati
il funzionamento e la disabilità associati alle varie condizioni di salute.
Pertanto, l'ICD 10 e l'ICF sono complementari e dovrebbero essere utilizzati
insieme. L'ICD 10 fornisce una "diagnosi" delle malattie, dei disturbi o
di altri stati di salute e questo dato si arricchisce poi delle informazioni
offerte dall'ICF, relative al funzionamento reale e quotidiano del soggetto.
Il diagramma presentato nella figura 1 può essere utile per visualizzare
il modello attuale dell'interazione fra le varie componenti.
Figura 1 - Interazioni tra le componenti dell'ICF
In questo, diagramma il funzionamento (e la salute in senso generale)
risulta da un'interazione o una relazione complessa fra la condizione
di salute e i fattori contestuali (cioè i fattori ambientali e
personali). Tra queste entità c'è un'interazione dinamica: gli interventi
a livello di un'entità possono apportare modifiche in una o più altre
entità. L'interazione opera sempre in due direzioni. Tutte le componenti
possono essere utili per descrivere e comprendere la complessità di una
condizione di salute globale.
Lo schema della figura 1 mostra anche il ruolo che i fattori contestuali
(ovvero i fattori ambientali e personali) rivestono nel processo. Questi
fattori interagiscono con l'individuo in una particolare condizione di
salute e determinano il livello e il grado del suo funzionamento personale
e sociale. I fattori ambientali sono estrinseci all'individuo (ad esempio
gli atteggiamenti della società, gli aspetti architettonici, il sistema
normativo e delle leggi). I Fattori Personali, comprendono il sesso, la
razza, l'età, la forma fisica, lo stile di vita, le abitudini, la capacità
di adattamento e tanti fattori psicologici (ad esempio autostima, identità,
immagine di sé, ecc.).
La descrizione degli stati di salute
Molto spesso si ritiene erroneamente che l'ICF riguardi soltanto le persone
con disabilità ma in realtà esso riguarda tutti gli individui.
Tutti gli stati di salute e quelli a essa correlati, possono trovare la
loro descrizione nell'ICF.
Le informazioni fornite dall'ICF consentono di effettuare una descrizione
delle situazioni che riguardano il funzionamento umano e le sue restrizioni,
e la classificazione serve da modello di riferimento per l'organizzazione
di queste informazioni, strutturandole in modo significativo, interrelato
e facilmente accessibile.
La componente Corpo comprende due classificazioni, una per le funzioni
dei sistemi corporei e una per le strutture corporee.
La componente Attività e Partecipazione comprende la gamma completa
degli aspetti del funzionamento da una prospettiva sia individuale che
di integrazione sociale.
La prima componente dei Fattori Contestuali è un elenco di Fattori
Ambientali. I fattori ambientali hanno un impatto su tutte le altre
componenti e sono organizzati secondo un ordine che va dall'ambiente più
vicino alla persona a quello più generale.
Anche i Fattori Personali rappresentano una componente dei Fattori
Contestuali, ma non sono ancora stati classificati nel dettaglio.
Esempio 1: una menomazione che non porta a limitazioni nella capacità
ma provoca problemi di partecipazione.
Un bambino diabetico ha una menomazione funzionale: il pancreas non produce
insulina. Il diabete può essere controllato con la somministrazione di
farmaci (cioè di insulina). Quando le funzioni corporee (i livelli di
insulina) sono sotto controllo, alla menomazione non viene associata nessuna
limitazione della capacità. Tuttavia, il bambino diabetico può sperimentare
un problema di partecipazione nel socializzare con amici o compagni in
situazioni che coinvolgono la sfera dell'alimentazione, dato che dovrà
limitarsi nell'assunzione di zuccheri. L'assenza di cibo adatto a lui
può creare una barriera alla piena partecipazione sociale. Per questa
ragione il bambino non riuscirà a socializzare nell'ambiente attuale,
a meno che non vengano presi dei provvedimenti per assicurare che gli
venga fornito cibo appropriato, nonostante l'assenza di limitazioni nella
capacità.
Esempio 2: una menomazione che porta a limitazioni nella capacità e,
a seconda delle circostanze, può produrre o no problemi di partecipazione.
Una variazione significativa nello sviluppo intellettivo rappresenta una
menomazione mentale, che può portare a una certa limitazione in varie
capacità della persona. I fattori ambientali, tuttavia, possono influire
sul grado di partecipazione dell'individuo in diverse sfere di vita. Ad
esempio, un bambino con una menomazione mentale potrebbe sperimentare
uno svantaggio ridotto in un ambiente in cui le aspettative non
sono elevate per tutta la popolazione in generale e in cui viene dato
al bambino un insieme di semplici compiti da portare a termine. In questo
ambiente il bambino avrà buone performance in diverse situazioni di vita
(cioè avrà buona partecipazione sociale). Un bambino con una menomazione
simile, che cresce invece in un ambiente competitivo e con aspettative
dì rendimento scolastico elevate e rigide, potrebbe sperimentare maggiori
problemi di partecipazione in varie situazioni di vita.
Quest'anno europeo delle persone disabili può essere l'occasione per un
significativo avvicinamento concettuale e culturale tra le istanze delle
persone disabili e delle loro associazioni più avanzate e la sistematizzazione
scientifica del campo ad opera dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
OPPORTUNITA' E RIFERIMENTI
Nel sito Edscuola.com, attraverso la rubrica "Handicap Servizi sul territorio"
curata da R.A. Borzetti è possibile risalire a strutture, centri, servizi
operanti nel campo dell'handicap (www.edscuola.com/ archivi/handicap/italia/index.html).
E' attivo presso il sito dell'INDIRE il portale italiano sui problemi
dell'integrazione scolastica. Comprende varie rubriche (area interattiva,
area informativa, area servizi e novità) e dedica una particolare spazio
al tema degli ausili tecnologici: www.bdp.it/handitecno. Per l'anno europeo
delle persone con disabilità, il sito ufficiale dell'organismo di coordinamento
italiano è: www.annoeuropeodisabili.it. Organizzazione Mondiale della
Sanità (1992), ICD 10/Decima revisione della classificazione internazionale
delle sindromi e disturbi psichici e comportamentali, ed. it. a cura di
D. Kemali et al., Milano, Masson.
Organizzazione Mondiale della Sanità (2002), ICF /Classificazione Internazionale
del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, Trento, Erickson.
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Erickson, Trento, 2001.
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Ghezzo R., Diversabilità, "L'integrazione scolastica e sociale",
vol. 1, n. 3, 2002, pp. 265 267.
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ai compiti delle unità sanitarie locali in materia di alunni portatori
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alunni con handicap.
Legge 8 novembre 2000, n. 328: Legge quadro per la realizzazione integrata
di interventi e servizi sociali.
O.M. 21 maggio 2001, n. 90: Scrutini ed esami.
Sentenza Corte Costituzionale 4 luglio 2001, n. 226: Handicap ed obbligo
scolastico.
C.M. 20 luglio 2001, n. 125: Modelli di certificazione per alunni con
handicap.
Dario Ianes in Voci della scuola 2004, Tecnodid, Napoli, 2003.