Nel libro"Il Piano Educativo Individualizzato"
si parlerà di alunni con Bisogni Educativi Speciali e di come insegnare
loro in modo realmente individualizzato, cioè sensibile alle differenze
e ai loro bisogni. Ciò che caratterizza questi alunni non è tanto una
diagnosi medica o psicologica (una «certi- ficazione») ma una qualche
situazione di difficoltà che richiede interventi individualizzati. Crediamo
che sia più equo, nella valutazione e nel riconoscimento dei reali bisogni
di un alunno, rifarsi al concetto di Bisogni Educativi Speciali (Special
Educational Needs) piuttosto che a quello di disabilità (Ianes, 2005a).
Il concetto di Bisogni Educativi Speciali, ben presente nella letteratura
scientifica anglosassone e nelle politiche educative e sanitarie di molti
Paesi, è certamente più ampio e si avvicina molto a quello di Diffi-
coltà di apprendimento: «Il termine Difficoltà di apprendimento
si riferisce a qualsiasi difficoltà riscontrata da uno studente durante
la sua carriera scolastica» (Cornoldi, 1999, p. 7). Queste situazioni,
varie e diverse, vengono fatte risalire a un complesso veriegato di cause
individuali e contestuali, come sostiene ancora Cornoldi, pur senza riferirsi
ancora al modello ICF dell’OMS (2002): «Le difficoltà scolastiche sono
di tanti tipi diversi e spesso non sono la conseguenza di una causa specifica
ma sono dovute al concorso di molti fattori che riguardano sia lo studente
sia il contesto in cui egli viene a trovarsi» (Cornoldi, 1999, p. 8).
Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali vivono dunque una situazione
particolare, che li ostacola nell’apprendimento e nello sviluppo: questa
situazione negativa può essere a livello organico, biologico, oppure familiare,
sociale, ambientale, contestuale o in combinazioni di queste. Un alunno
con Bisogni Educativi Speciali può avere una lesione cerebrale grave,
o la sindrome di Down, o una lieve disfunzionalità cerebrale e percettiva,
o gravi conflitti familiari, o background sociale e culturale diverso
o deprivato, reazioni emotive e/o comportamentali disturbate, ecc.
Queste (e altre) situazioni causano direttamente o indirettamente — grazie
all’opera mediatrice di altri fattori (personali e/o contestuali: si veda
poi la concettualizzazione del funzionamento umano dell’ICF) —, difficoltà,
ostacoli o rallentamenti nei processi di apprendimento che dovrebbero
svolgersi nei vari contesti. Queste difficoltà possono essere globali
e pervasive (si pensi all’autismo) oppure più specifiche (ad esempio nella
dislessia), settoriali (disturbi del linguaggio, disturbi psicologici
d’ansia, ad esempio); gravi o leggere, permanenti o (speriamo) transitorie.
In questi casi i normali bisogni educativi che tutti gli alunni hanno
(bisogno di sviluppare competenze, bisogno di appartenenza, di identità,
di valorizzazione, di accettazione, solo per citarne alcuni) si «arricchiscono»
di qualcosa di particolare, di «speciale». Il loro bisogno normale di
sviluppare competenze di autonomia, ad esempio, è complicato dal fatto
che possono esserci deficit motori, cognitivi, oppure difficoltà familiari
nel vivere positivamente l’autonomia e la crescita, e così via.
In questo senso il Bisogno Educativo diventa «Speciale». Per lavorarci
adeguatamente avremo dunque bisogno di competenze e risorse «speciali»,
migliori, più efficaci.
Ogni insegnante sa bene, per esperienza diretta, che gli alunni che avrebbero
bisogno di attenzioni più specifiche sono ben di più di quel 2-3% in possesso
di certifi- cazione medica di disabilità: quelli sono soltanto la punta
dell’iceberg, sotto c’è almeno un 10-15% di alunni che hanno vari Bisogni
Educativi Speciali.
Riportiamo un’analisi delle percentuali di incidenza delle varie condizioni
personali che creano difficoltà di apprendimento secondo Cornoldi (1999):
A queste condizioni andrebbero aggiunti i disturbi generalizzati
dello sviluppo/le varie condizioni dello spettro autistico, i disturbi
del comportamento e le varie difficoltà psicologiche ed emotive.
Definire, cercare e riconoscere i Bisogni Educativi Speciali non significa
«fabbricare» alunni diversi per poi emarginarli o discriminarli in qualche
modo, anche nuovo e sottile. Significa invece rendersi bene conto delle
varie difficoltà, grandi e piccole, per sapervi rispondere in modo adeguato.
Non farlo, quello sì che sarebbe discriminante, sarebbe incuria. Come
è discriminante doversi per forza sottoporre a una diagnosi medica per
ottenere qualche risorsa in più. È discriminante e penoso, mortificante
per le famiglie e per gli alunni stessi, quando se ne rendono conto. Invece
non è un’etichetta discriminante «Bisogni Educativi Speciali» perché è
amplissima, non fa riferimento solo ad alcuni tipi di cause e non è stabile
nel tempo: la si può togliere, infatti, in alcuni casi. Si potrebbe dire
che ogni bambino può incontrare nella sua vita una situazione che gli
crea Bisogni Educativi Speciali; dunque è una condizione che ci riguarda
tutti e a cui siamo tenuti, deontologicamente e politicamente, a rispondere
in modo adeguato e individualizzato.
Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali hanno infatti necessità di interventi
tagliati accuratamente su misura della loro situazione di difficoltà e
dei fattori che la originano e/o mantengono. Questi interventi possono
essere ovviamente i più vari nelle modalità (molto tecnici o molto informali),
nelle professionalità coinvolte, nella durata, nel grado di «mimetizzazione»
all’interno delle normali attività scolastiche (in questo caso si parla
di «speciale normalità»: una normalità educativa-didattica resa più ricca,
più efficace attraverso le misure prese per rispondere ai Bisogni Educativi
Speciali).
In alcuni casi questa individualizzazione prenderà la forma di un formale
Piano educativo individualizzato-Progetto di vita, in altri sarà, ad esempio,
una «semplice» e informale serie di delicatezze e attenzioni psicologiche
rispetto a una situazione familiare difficile, in altri ancora potrà essere
uno specifico intervento psicoeducativo nel caso di comportamenti problema,
e così via.
In tutti i casi, c’è comunque un qualcosa in più, c’è qualcosa di «speciale»
che dovrebbe tendere a «farsi normale» il più possibile; anzi, c’è la
normalità stessa delle situazioni educativo-didattiche, la grande quotidianità
della vita scolastica inclusiva, che abbraccia tutti e che si arricchisce
continuamente di quei piccoli-grandi dettagli necessari a qualche alunno
e utili per tutti.
In questo senso la qualifica «speciale» non ci fa più pensare alle scuole
speciali, segreganti ed emarginanti, ma a una buona qualità dei processi
di insegnamento-apprendimento, che rende possibile una reale inclusione
delle differenze e dei Bisogni Educativi Speciali.
La specialità va dunque rivendicata con orgoglio, sia quando qualifica
una differenza (anche se è dolorosa) sia quando si trasforma in risposte
migliori per tutti.
Ma tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali hanno diritto a risposte
individualizzate? Ne hanno diritto proprio tutti o solo una parte di essi,
e cioè quelli che possono fregiarsi di una diagnosi medica «vera», fondata
sui criteri dei sistemi internazionali di classificazione, ICD-10 in particolare?
Noi crediamo che tutti gli alunni, con qualunque tipo di Bisogno Educativo
Speciale, abbiano diritto a risposte adeguate alla loro situazione, perché
non è giusto «far parti uguali fra disuguali», come ebbe a dire Don Milani.
Ma quando si fanno parti disuguali tra diversi dobbiamo stare attenti
a chi diamo di più: qualcuno infatti vorrebbe dare di più a chi ha già
di più, e di meno a chi ha (è) meno. Forse perché merita di meno? O forse
perché gli alunni che hanno meno (ma più bisogni) sono molti, troppi per
le risorse che la scuola ha a disposizione? È la teoria della «coperta
corta», che se vuole coprire le spalle lascia fuori i piedi, e viceversa.
Non vorremmo che l’amministrazione scolastica pensasse: «Con le (scarse)
risorse a disposizione non posso “coprire” tutti gli alunni con Bisogni
Educativi Speciali e allora “copro” solamente quelli tutelati dalla legge
104 del 1992, la legge quadro sull’handicap (allora si usava ancora dire
handicap), quelli che possono esibire la loro bella certificazione. Naturalmente,
avendo una coperta molto corta, cercherò di fare in modo che quelli da
“coprire” siano il meno possibile, per cui tenterò di restringere i criteri
di “certificabilità”». [...]
Ianes D. e Cramerotti S. (2005), Il Piano educativo individualizzato
– Progetto di vita (Guida 2005-2007), Trento, Erickson, pp. 15-17.